Decreto Primo Maggio: i contratti pirata dividono Governo e parti sociali

16 Aprile 2026, di Anna Fabi – PMI.it

Il governo sta lavorando al consueto Decreto Lavoro da approvare in Consiglio dei Ministri il 1° Maggio. Il provvedimento conterrà misure già definite — bonus giovani, detassazioni, tutele per i rider — ma il capitolo più controverso è ancora aperto: se e come includere la riforma della contrattazione collettiva, che avrebbe dovuto essere attuata entro il 18 aprile tramite un decreto legislativo della Legge Delega 144/2023 sulla retribuzione giusta ed equa.

Quella strada è ormai praticamente chiusa per ragioni di calendario — il prossimo CdM utile è il 22 aprile — e il governo deve ora decidere se assorbire la materia nel Decreto Primo Maggio 2026, rinviarla a dopo l’estate o affidarla alle parti sociali. È su questa scelta che CGIL, CISL, UIL, Confindustria e Confcommercio si sono schierate compatte, chiedendo di fermarsi: secondo tutti gli attori coinvolti, la bozza del decreto attuativo circolante al Ministero rischia di legittimare i contratti pirata. La scelta è ora politica.

Due scadenze in dieci giorni: il governo deve scegliere

Quella del 18 aprile è la scadenza della delega parlamentare che autorizzava il governo ad attuare la riforma dei salari senza passare per l’iter legislativo ordinario. Trascorsa quella data senza un decreto attuativo depositato, la delega decade e qualsiasi intervento sulla contrattazione collettiva dovrà essere introdotto con legge ordinaria o decreto-legge. Il prossimo CdM utile è quello del 22 aprile: tecnicamente potrebbe essere la sede per approvare anche un primo stralcio del Decreto Lavoro, ma sul capitolo contrattazione le posizioni sono ancora distantissime.

Il 1° Maggio resta la scadenza fissata politicamente per il maxi-decreto annuale con le nuove misure in ambito lavoro ma le agevolazioni sulle assunzioni agevolate — a partire dal bonus giovani in scadenza il 30 aprile — non potrebbero aspettare questa data.

Contratti pirata: l’attuazione della delega non convince

Il punto incandescente è la definizione di contrattazione collettiva di riferimento. La bozza del decreto legislativo attuativo della delega 144/2023, il provvedimento che il governo avrebbe dovuto approvare entro il 18 aprile, richiama i contratti firmati da “organizzazioni datoriali e sindacali del medesimo settore” — una formula che sindacati e associazioni ritengono troppo vaga.

Il rischio denunciato da tutti gli attori coinvolti (CGIL, CISL, UIL, Confindustria e Confcommercio) è che quella formulazione apra la strada ai cosiddetti contratti pirata: accordi stipulati da sigle sindacali minoritarie e poco rappresentative, che fissano minimi salariali e tutele nettamente inferiori a quelli dei contratti nazionali maggioritari. Anche M5S e opposizioni hanno espresso la preoccupazione che la bozza legittimi di fatto le pratiche di sfruttamento salariale.

Il sottosegretario leghista Claudio Durigon ha difeso l’impostazione del governo, sostenendo che il “principio di equivalenza” consentirebbe di escludere i contratti pirata salvaguardando al contempo il pluralismo contrattuale.

Il Ministero del lavoro guidato da Marina Calderone sta lavorando a un’ipotesi di mediazione, ma le riunioni tecniche in corso finora non hanno prodotto un testo condiviso. Un tavolo ministeriale sul Turismo è stato addirittura disertato da Federturismo, Fipe Confcommercio, Assoturismo Confesercenti e Federalberghi in segno di protesta contro la possibilità che sigle marginali vengano equiparate ai sindacati rappresentativi.

L’alternativa chiesta dalle parti sociali è il riferimento esplicito ai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale — il criterio già previsto dall’articolo 51 del Jobs Act — oppure il recepimento diretto di un accordo interconfederale tra le stesse parti sociali.

Bonus Giovani e ZES accelerano il DL Lavoro

Il motore principale che spinge verso il decreto del Primo Maggio è una scadenza precisa: il bonus assunzioni under 35 previsto dal Decreto Coesione (DL 60/2024), prorogato dal Milleproroghe solo fino al 30 aprile 2026, cessa fra meno di due settimane. Senza un nuovo provvedimento, dal Primo Maggio i datori di lavoro privati perdono l’esonero contributivo — fino al 100% se l’assunzione genera un incremento occupazionale netto, al 70% negli altri casi — con un massimale di 500 euro mensili per unità a livello nazionale e di 650 euro mensili nelle regioni della ZES Unica del Mezzogiorno. La bozza punta a rendere strutturale il bonus, eliminando l’incertezza delle proroghe trimestrali. La stessa stabilizzazione sarebbe prevista per il Bonus Donne, l’esonero contributivo per le assunzioni femminili nelle categorie svantaggiate o nei settori ad alta disparità di genere.

Straordinari, premi e fringe benefit nella bozza

Sul fronte busta paga, la bozza del Decreto Lavoro-Primo Maggio 2026 introduce — con decorrenza dal 2027 per le misure più strutturali — una serie di interventi fiscali già sperimentati nelle ultime leggi di bilancio e ora destinati a diventare permanenti. I punti principali:

  • aliquota sostitutiva al 15% sulle somme erogate per straordinari, lavoro notturno e festivo, fino a 1.500 euro annui per i lavoratori con reddito inferiore a 40.000 euro;
  • tassazione al 5% sugli aumenti retributivi derivanti da rinnovi contrattuali stipulati dal 2024, per i dipendenti del settore privato con reddito fino a 33.000 euro;
  • esenzione fiscale per i fringe benefit fino a 3.000 euro annui, con allargamento delle misure di welfare aziendale inclusa la sanità integrativa.

L’impianto complessivo punta ad aumentare il potere d’acquisto netto dei lavoratori senza incidere direttamente sul costo del lavoro per le imprese. Resta però aperto il nodo delle coperture finanziarie: le misure di detassazione, in particolare quelle strutturali, comportano un onere stimato in diversi miliardi di euro, in parte da rinviare alla prossima Legge di Bilancio.

Indennità contrattuale e obiettivo rinnovi CCNL

Uno dei meccanismi più innovativi nella bozza di Decreto Primo Maggio 2026 riguarda i contratti nazionali scaduti, una piaga che coinvolge milioni di lavoratori italiani il cui contratto collettivo non viene rinnovato da anni. Il decreto introdurrebbe una cosiddetta indennità di vacanza contrattuale automatica: decorsi sei mesi dalla scadenza del CCNL senza accordo tra le parti, ai lavoratori verrebbe corrisposta una indennità pari al 30% del tasso di inflazione programmato, che salirebbe al 60% dopo dodici mesi di stallo. La misura mira a creare una pressione economica affinché le trattative si concludano, tutelando nel frattempo il potere d’acquisto. Il governo ribadisce la propria contrarietà a un salario minimo legale: la paga giusta, nella visione dell’esecutivo, va ricavata dalla contrattazione collettiva, non da una soglia fissata per decreto.

Rider e piattaforme digitali, tutele minime

Tra le misure attese, fonti vicine al Ministero del Lavoro confermano anche un intervento a tutela dei rider delle piattaforme digitali, una delle categorie con le retribuzioni più basse del mercato del lavoro italiano: le consegne vengono remunerate tra i 2 e i 4 euro ciascuna. Il settore è già finito sotto la lente della magistratura per alcuni profili legati al trattamento economico dei lavoratori. La bozza prevederebbe l’introduzione di garanzie minime per i lavoratori delle piattaforme, anche se i contenuti specifici non sono ancora stati resi pubblici.

Le tre strade del governo sul nodo rappresentanza

Le opzioni in discussione sarebbero adesso tre. La prima — ritenuta ormai impraticabile per ragioni di calendario — prevedeva l’attuazione della delega entro il 18 aprile: con il prossimo CdM fissato al 22 aprile, i tempi tecnici non consentono il deposito del decreto attuativo in tempo utile.

La seconda, che appare la più probabile, è lasciar scadere la delega e rinviare il capitolo contrattazione a dopo l’estate, dando alle parti sociali il tempo di raggiungere autonomamente un accordo. In questo scenario il decreto del Primo Maggio conterrebbe le misure già definite — proroga del bonus giovani, detassazioni, indennità di vacanza contrattuale, rider — ma non il tema della rappresentanza.

La terza è inserire comunque il riferimento alla contrattazione nel decreto, affidando al dibattito parlamentare in sede di conversione il compito di correggere le parti più controverse. I sindacati hanno formalmente chiesto alla premier Meloni e alla ministra Calderone di adottare la seconda strada.

La scelta è ora politica.